L'IDROMELE
Ottenuto dalla fermentazione di una mistura di acqua e miele, l'idromele
è la più antica bevanda alcolica attestata nel lessico
comune indoeuropeo (VILLAR 1996, cap. 4). La fermentazione era forse
in alcuni casi aiutata dall'impiego di lievito ed era frequente l'aggiunta
di erbe aromatiche (timo, rosmarino, ginepro, chiodo di garofano, lavanda,
menta, valeriana celtica...) a seconda del clima e della disponibilità.
La parola indoeuropea originaria ricostruita, *medhu, è presente
come radice in tutte le principali lingue, dal sanscrito all'avestico,
al tedesco, ma non in latino. L'ampia diffusione di questa bevanda nell'Europa
preistorica, e soprattutto nelle pianure settentrionali ed orientali,
è presumibilmente legata alla possibilità di realizzarla
anche in aree climatiche fredde che non consentivano la viticoltura
o sufficienti surplus di cereali.
Nella mitologia indoeuropea l'idromele è la bevanda tipica dell'aldilà,
nel mondo celtico come in quello germanico fino al Beowulf; prima opera
della letteratura anglosassone, dove è la bevanda degli dei,
ed è probabilmente all'origine della concezione del nettare come
bevanda divina nella mitologia greca, anche se ormai nella tradizione
classica l'identificazione non era più né esplicita né
consapevole. Nell'epica dell'Ulster, Medb, regina del Connacht nel Tàin
Bò Cuailnge; è una divinità evemerizzata {descritta
nel mito come una persona normale) ed il suo nome è costruito
su quello dell'idromele, mead. Probabilmente in connessione a questi
aspetti l'ape ed il miele sono in molte culture mediterranee ed europee
simboli di immortalità.
Nella ricchissima tomba del principe hallstattiano di Hochdorf, nel
Baden-Wurttemberg, databile nella seconda metà del VI secolo
a.C., la grande abbondanza di importazioni e la presenza di un grande
letto con spalliera decorata a sbalzo secondo lo stile delle situle
dell'area golasecchiana, e dunque presumibilmente realizzato da un artigiano
proveniente da questo ambito culturale e territoriale, si associava
con un eccezionale corredo potorio composto da un corno in ferro ed
otto corni di toro selvatico oltre che da un grande calderone in bronzo
con quattro figure leonine, di produzione etrusca o magnogreca, della
capacità di 500 l, riempito per tre quarti con una bevanda che
aveva lasciato un consistente deposito sul fondo. Le analisi hanno dimostrato
(BIEL 1985, pp. 129-130) che tale bevanda era stata preparata con l'utilizzo
di miele locale, prodotto da differenti alveari: il rapporto quantitativo
determinabile era tale da escludere in qualsiasi modo l'utilizzo di
un vino aiutato nella fermentazione con l'aggiunta di miele (il cosiddetto
mulsum dei latini, molto diffuso per con- ferire ai vini, soprattutto
bianchi, una certa spumosità) e da qualificare al di là
di qualsiasi dubbio il contenuto come idromele. È presumibile
che la scelta di tale bevanda nella tomba di un ricchissimo principe
hallstattiano del bacino del Reno fosse collegata alla valenza simbolica
dell'idromele, cui si è già accennato, e non solo alla
scarsa disponibilità di vino d'importazione, greco o etrusco,
ma in questa sede tale dato interessa per iscrivere a livello teorico
l'idromele tra le potenziali bevande della coeva cultura di Golasecca.
D'altra parte, con le dovute riserve, ci sono precisi indizi che permettono
di considerare abbastanza trascurabile il ruolo dell'idromele nel consumo
corrente dell'area golasecchiana tra VI e V secolo ed anche nelle deposizioni
tombali. Il primo dato viene dall'osservazione generica che è
facile constatare come la diffusione di vino e birra di qualità
(birra scura, definita spesso nelle fonti classiche come "vino
d'orzo") tenda nel mondo antico a ridurre progressivamente l'utilizzo
dell'idromele, meno gustoso, dall'aroma più variabile, più
difficile da conservare e meno forte e, come vedremo, diversi riscontri
provano la diffusione di vino, e birra nella cultura di Golasecca. Il
secondo dato è più indiretto: l'idromele viene descritto
nell'epica indoeuropea come spumeggiante e l'utilizzo di corni potori
o di bicchieri alti e stretti ben si adatta alla conservazione dell'effervescenza,
che anche con impiego di molto miele, come ad Hochdorf, non è
comunque paragonabile a quella della birra o dei nostri spumanti moderni,
forse non così lontani da alcune varietà di vino nel mondo
antico.
La scarsa presenza in ambito golasecchiano, rispetto ai confronti transalpini,
di vasi potori stretti ed alti potrebbe dunque essere invocata come
indizio di una scarsa abitudine al consumo dell'idromele.
(Tratto da LA BIRRA E IL FIUME,
-Pombia e le vie dell’Ovest Ticino tra VI e V secolo a.C.)
Dott. F. M. Gambari
Soprintendenza archeologica del Piemonte