STORIA
Il consumo di miele risale a tempi antichissimi, non è dato sapere
quando l’uomo lo abbia assaggiato per la prima volta, si può
solo immaginare che i primi cacciatori – raccoglitori abbiano
trovato per caso un nido d’api saccheggiato da animali selvatici,
e che poi dopo quella dolce esperienza abbiano dolorosamente imparato
a procurarselo nelle cavità degli alberi delle grandi foreste
preistoriche.
A partire dal neolitico, l’uomo da semplice cacciatore-nomade
divenne agricoltore e allevatore, e ciò segnò anche l’inizio
dell’allevamento delle api in alveari ricavati da pezzi di tronchi
cavi. L’attestazione della raccolta del miele risale a circa 15.000
anni fa e ci è testimoniata da una pittura rupestre ritrovata
sulle pareti di una caverna nella Spagna orientale.
Il primitivo nome del miele, in cinese myit e in sanscrito madhu, sono
affini allo slavo medhu e all’inglese mead, che significa idromele,
fa pensare ad una prima grande diffusione del miele fra le popolazioni
dedite al nomadismo dell’Asia centrale.
Durante l’età del rame, del bronzo e del ferro, il miele
divenne essenziale per gli egizi, che lo consumavano nella vita di tutti
i giorni come alimento, in ambito religioso offrendolo alle divinità
e nella preparazione degli unguenti atti ad imbalsamare i loro morti.
I corredi tombali dei faraoni erano provvisti di vasi di miele, ed è
da notare come attorno al 300 a.C. la prima dinastia del Basso Egitto,
prese l’ape come emblema del regno.
I Celti (900 a.C.- 52 a.C.), originari dell’Asia, è lecito
supporre conoscessero da tempi immemorabili il miele, e allevassero
le api in tronchi cavi o in alveari fatti con cordame di canapa o paglia,
al limitare delle antiche foreste, dove i terreni coltivati e i pascoli
finivano.
Presso questi popoli il miele aveva un ruolo centrale, utilizzato dai
Druidi (sciamani amministratori delle giustizia e della religione) per
preparare i medicinali e il sacro Idromele, bevanda utilizzata durante
le cerimonie e i matrimoni.
Nell’antica Grecia vi fù largo uso del miele e dei suoi
derivati per i più svariati usi, da quello alimentare a quello
medicinale. Ippocrate e Aristotele, argomentarono molto del lavoro delle
api.
Aristotele (384-322 a.C.) che scrisse un’opera sulla vita degli
animali dedicò una parte di essa alle api. Nei riti religiosi
il miele fu ritenuto indispensabile poichè si credeva fosse il
cibo preferito dagli dei, e alcune sacerdotesse portatrici di miele
venivano chiamate “melisse”, ossia api.
Nell’impero romano per cultura simile al mondo greco, l’apicoltura
era diffusa e il miele consumato come cibo, nella cosmesi e come offerta
agli dei. Inoltre si ha notizia di una principessa sepolta ricoperta
di miele per conservarne la bellezza. Le proprietà conservanti
dipendono principalmente dal fatto di isolare dall’aria ciò
che vi si immerge, ma anche dal contenuto di sostanze antiputrescenti,
antifermentative e di zuccheri.
Il miele ha ispirato molte leggende e i racconti sui suoi poteri magici
sono stati tramandati nella storia.
IMPORTANZA DELL’APICOLTURA
L'ape ha per l'uomo un’importanza straordinaria. In apparenza
si potrebbe pensare ai meravigliosi prodotti che essa offre quali: miele,
propoli, polline, gelatina reale, cera e veleno; ma c’è
di più, ovvero l’incessante attività di impollinazione.
Nell’agricoltura moderna l'uso dei pesticidi e le coltivazioni
intensive hanno ridotto sensibilmente l'entomofauna pronuba selvatica,
tanto che le piante da seme e da frutto non hanno più i loro
naturali impollinatori. Le api, allevabili in colonie molto numerose,
e trasportabili acquistano una notevole importanza dove necessita la
loro opera di impollinatrici.
Nelle colture che si avvalgono dell'azione dell'ape si formano frutti
di pezzatura migliore, ben formati e ricchi di semi a tutto vantaggio
della qualità. In cultivar arboree e arbustive quali ad esempio:
pero e melo, nel caso del pesco e dell’albicocca, del ciliegio,
delle susine, del rovo e del lampone; oltrechè in specie erbacee
quali: il trifoglio, la lupinella, la fragola e numerosissime specie
orticole, si possono notare i notevoli benefici apportati dalle api.
Per contro la mancata opera di impollinazione provoca la formazione
di frutti di pezzatura mediocre, spesso deformi e la scarsa produzione
di semi, causando danni notevoli.
Le api sono considerate in questi ultimi tempi importanti indicatori
ambientali, infatti molti studiosi e apicoltori si stanno rendendo conto
di come il variare dei fattori climatici e ambientali incidano negativamente
sulle colonie, portandole non di rado alla morte.
FLORA APICOLA
Le piante dalle quali le api attingono per realizzare i loro prodotti
sono innumerevoli. Le prealpi della val Susa offrono una ricchezza botanica
straordinaria ed unica in italia. Mi limiterò di seguito ad elencare
le specie più importanti per l’apicoltura di questa zona,
mettendole in ordine di fioritura.
(In Piemontese i nomi fra virgolette). Il primo è il Corylus
Avellana L. - nocciolo “ninsolè” che cresce spontaneo
nei boschi e al limitare dei campi e fiorisce tra gennaio e febbraio.
Questa pianta offre attraverso gli amenti maschili il polline del quale
le api si nutrono. Successivamente fioriscono: Buxus Sempervirens L.
- bosso “buss o martlèt” (marzo-aprile) essenza pollinifera,
Cornus sanguinea L. – corniolo “sanguin” per nettare
e polline, Alnus viridis Chaix – ontano “verna” per
il polline, Salix alba L. - salice “sàles” (aprile-maggio)
per polline e nettare, Taraxacum officinale Weber - tarassaco “virassol
o girassol” (marzo-novembre) molto nettare e polline, Robinia
pseudo-acacia L. – robinia “gasia” (maggio-giugno)
che fornisce moltissimo nettare, Castanea sativa Miller – castagno
“castagnè” (giugno-luglio) dove bottinano nettare
e polline, Tilia cordata Miller – tiglio “tij” (maggio-luglio)
ricco di polline e nettare, Rubus saxatilis L. – mora “ronza”
e Rubus idaeus L. – lampone “flambeusa” danno polline
e nettare, Trifolium pratensis e repens L. – trifoglio “trafeuj
russ e bianch” che producono nettare, Solidago virgaurea L. –
verga d’oro “verza” ricca di polline e nettare in
estate, Calluna vulgaris L. – erica “brèch”
dà polline e nettare in autunno.
Salendo di quota vengono bottinati il Rhododendron hirsutum e ferrugineum
L. – rododendro “brossaj o brussè”, la Salvia
pratensis L. – salvia pratense “bosòm o sarvia”,
Lavandula spica L. – lavanda “lavanda o issòp”,
Onobrychis viciifolia Scop. – lupinella, Thymus serpyllum L. –
timo serpillo “timid, serpol o serpolin”, Vaccinium myrtillus
L. – mirtillo “ambrun-e”, e molte altre essenze minori.
Bibliografia
Api e apicoltura – Clesav, Milano 1981, Giacomo Olivero e Marina
Giocosa